Il cuore tecnico del Replicator: da un'immagine in scala di grigi definisce automaticamente i parametri ottimali del laser sul materiale. Il ponte diretto fra immagine e macchina, ripetibile e calibrabile.
Dove la
luce
tocca il
denim.
Jeans Replicator nasce da trent'anni di mestiere: leggere un jeans vissuto — le sue abrasioni, i suoi whiskers, la memoria di chi l'ha portato — e tradurlo in un file di luce per la macchina laser.
Un fiore.
Un seme bianco.
Un blu che non scolora mai.
Ogni jeans comincia in un campo. Il cotone, fibra bianca e morbida, viene raccolto dalle capsule. L'indaco, estratto dalle foglie di Indigofera tinctoria, dona al denim quel blu profondo che invecchia senza mai perdere dignità. Il laser, in fondo, è solo un modo più gentile di continuare quel ciclo.
La soglia
fra
materia e luce.
A sinistra la fotografia del jeans. A destra il file che la macchina laser riceve. Trascina la manopola, o lasciala respirare da sola.
foto
laser
Trent'anni
dentro il denim.
Vengo dalla generazione che ha visto il jeans passare dalla pietra alla luce. Negli anni '90, con Zenith Laser, sono stato tra i primi al mondo a sostituire pietre e carta vetrata con il laser. Sono arrivati Diesel, Replay, Bottega Veneta, Versace, Valentino.
Nel 2001, a Firenze, ho lavorato fianco a fianco con François Girbaud — l'inventore dello stonewashing e del Wattwash. Poi Alberta Ferretti. Poi gli anni di Blueseven: il mio processo laser brevettato, applicato da Lamborghini a Chanel.
Dal 2019 al 2023, con SEI SPA, ho sviluppato la macchina che tratta il denim per “immersione di luce”. Un'idea del 2013 resa industriale solo oggi.
Due brevetti.
Sviluppato con SEI SPA, leader mondiale nella produzione di sorgenti laser dal 1982. Un processo di nobilitazione e taglio del denim che ridisegna il rapporto fra design, sostenibilità e ripetibilità.
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